forse anche quattro

Ieri sarebbe stata una di quelle domeniche noiose, niente sci, niente montagna, niente di niente. Ho una spalla che è meglio lasciar riposare, e siccome di stare a casa non se ne parla, sono andato a vedere la mostra di Werner Bischof a Palazzo Reale di Torino.

Bischof

 

Bischof è un fotografo famoso, ma un po’ meno di Capa e Bresson e quindi si tende a dimenticarlo. La sua storia la trovate su wikipedia ed è una storia che vale la pena conoscere, anche perchè, purtroppo, è molto breve. La mostra segue in ordine cronologico il lavoro del fotografo, dai primi esperimenti fino agli ultimi reportages. Ci sarebbero un sacco di cose da dire, ma se andate a vederla, vi prendete l’audioguida e ve le dirà tutte lei.

Mentre guardavo le fotografie mi son rimbalzati nella testa un paio di pensieri che vanno oltre al semplice apprezzamento delle immagini.

Bischof ha iniziato con la fotografia in studio per poi passare un po’ alla volta al reportages fino ad occuparsi esclusivamente di quest’ultimo. Sosteneva che nel reportages aveva accantonato la tecnica imparata in studio per passare ad una fotografia più spontanea. Io non ci ho creduto. Come per tutte le cose, nel momento in cui assimili una tecnica, questa ti rimane dentro e la utilizzi anche quando non ci stai più pensando.

Io per esempio sto imparando a sciare, e non posso credere che Razzoli, mentre fa pali, pensa a spalle, bacino, braccia e perpendicolarità come faccio io ad ogni curva. Se lo dovesse fare anche lui, salterebbe forse già la seconda porta. Ma lui sa sciare, l’ha imparato con l’allenamento e soprattutto l’ha assimilato ed ora è una cosa spontanea. Così Bischof, sosteneva di non applicare più la tecnica dello studio, ma le luci e la composizione dei sui reportages, tengono chiaramente dentro tutti quegli insegnamenti dati dalla sperimentazione.

Ci sono molte immagini che io non avrei mai scattato, non mi viene da riprendere la quotidianità, perchè son cose scontate e poco interessanti, adesso. Lui ha ripreso scene di vita normali, prima in europa poi in asia, india e america. Certo il periodo della guerra aveva più cose da dire, ma anche le scene più banali assumono un significato importante col passare del tempo. Sono tutte fotografie scattate nei primi anni cinquanta ma io non son riuscito a percepirle tutte coetanee. Quelle scattate in europa o negli stati uniti si. Dalle automobili alle case al modo di vestire raccontano perfettamente il dopoguerra così come l’ho imparato io. Quelle dell’asia o dell’indocina invece, non avessero una data che dice la loro età, non le saprei collocare. Per me potrebbero avere anche solo un anno e non so se è perchè il progresso, da quelle parti, non c’è stato o è stato molto lento o se, non vivendo quelle culture, non riesco a percepirne i cambiamenti. Purtroppo credo di più nella prima ipotesi.

Poi c’è questa fotografia. Non so perchè. Ma so che ci son tornato sopra almeno tre volte. Forse anche quattro.

Bischof - Departure of the red Cross Train